LA PORTA ACCANTO

 

 

monologo

 

di

Mirko Di Martino

 

 

All’alzarsi del sipario Lei è già in scena: il suo viso è molto pallido; il suo abbigliamento trascurato, così come l’aspetto della stanza, che è piuttosto buia. E’ seduta sul letto con le mani abbandonate tra le gambe e gli occhi bassi. Resta in silenzio per un po’ prima di parlare.

 

Riuscite mai ad essere soli? (Alza la testa) Io no. (pausa) Quanto tempo che sono chiusa qua dentro e non ho mai avuto un solo momento di solitudine. Parlano, parlano, parlano. Vorrei solo essere lasciata in pace. Almeno una volta. (Si stende sul letto. Sembra distante) L’aria è marcia, qui. Lo sentite? C’è un odore terribile che non va mai via. Ristagna come una palude, mi dà la nausea, mi toglie la fame, la sete, il sonno. Viene da fuori. Anche se le finestre sono sbarrate. Ho smesso di aprirle un sacco di tempo fa. Lo sentite? E’ un odore che pesa. E’ tanto denso che lo puoi toccare: me lo sento addosso, sulle mani, la pelle, gli occhi. Mi entra nella carne, nel sangue. E fa marcire pure me. Mi fa marcire. (scatta a sedere, di colpo eccitata) Mio marito dice che non sente niente, che non c’è niente, che non c’è mai stato niente! Ma io lo so che c’è. E lo so che lo sente anche lui. E pure voi. Lo so che lo sentite. Lo sentono tutti. Anche se fanno finta di non sentire niente. Che non c’è niente, non c’è mai stato niente. Ma io lo so che c’è stato… Lo so (pausa. Si sdraia di nuovo sul letto, spalle al pubblico, apatica).

E’ mio marito che vi manda? (pausa) Mi ama, mio marito. Ci amiamo tutti, qua. Siamo tutti brava gente. Buoni cristiani, lavoratori seri. (si volta) Lo sapete che mio marito è sindaco? E’ sempre stato sindaco. Sono dieci anni che… (si interrompe) Ma certo che lo sapete, è lui che vi manda. (pausa. Si alza di nuovo, infantile) Possiamo aspettare altri cinque minuti? Eh? Solo cinque minuti. Non farò storie, credetemi. Non voglio farvi problemi. Voi non siete di qua, si vede. Siete così… innocenti… Non ce l’ho con voi, non è colpa vostra. E’ la vita che è così. Non c’è proporzione: per ogni singola scelta, milioni di altre che butti via. Come potrai fare quella giusta? Non è colpa nostra se sbagliamo. Eppure siamo colpevoli. Non credete? Perché siamo noi ad aver scelto. Abbiamo deciso noi di andare a destra invece che a sinistra. L’ho deciso io. Io! (si calma) Tre anni fa sono andata a destra invece che a sinistra. E per questo voi siete venuti a prendermi, oggi (si sdraia).

C’era la guerra. Così ci avevano detto, perché noi mica lo sapevamo. Avevamo il grano da tagliare, noi, e il grano cresce uguale pure se c’è la guerra. E pure se il tuo villaggio sta nel mezzo, il grano cresce uguale. Per primi erano arrivati i soldati con la stella sul cappello, che non si capiva niente di quello che dicevano ma noi gli davamo da mangiare lo stesso, che un morto di fame non c’ha bisogno di farsi capire, lo vedi dalla faccia. Poi se n’erano andati via in fretta, che stavano arrivando quegli altri da ovest, che mio marito diceva che avrebbero vinto sicuro. Si sbagliava, ma allora sembrava così. Aveva radunato tutti gli uomini del villaggio davanti al municipio, perché era sindaco. E’ sempre stato sindaco mio marito. Lo sapete? Perché è un brav’uomo e tutti gli vogliono bene. E lui vuole bene a me. Mi ama, mio marito. E’ per questo che vi ha mandati, no? Mi aveva detto di restare a casa, ma io ero andata lo stesso a vederlo, di nascosto. La piazza era piena, erano venuti pure dai villaggi vicini. Lui era così bello in piedi sul palco. Non ascoltavo quello che diceva, volevo solo vederlo là, in alto, con gli occhi di tutti puntati su di lui. Era bello, mio marito. E io ero felice… Ero così felice…

Mi avviai verso casa. Pensai di fare un’altra strada. Andai a destra invece che a sinistra. Perché? Non lo so. Andai a destra invece che a sinistra. E voi siete venuti qua a prendermi, oggi. Passai davanti alla casa del fabbro. Sentii delle urla, poi un colpo, una specie di tonfo. Entrai nel cortile: c’erano il fabbro e il suo aiutante, in piedi, rossi in viso e tutti sudati. E c’era il ragazzo che mi portava il latte ogni mattina. (pausa) Stava a terra, immobile, con un fiore rosso sulla testa, qua (si tocca la tempia). E il fiore si allargava sempre di più, gli colava sulla faccia (segue il precorso con la mano), sul mento, sul collo, e faceva una piccola pozza dietro la testa.

Il fabbro teneva in mano una pietra. Venne verso di me e mi disse: "Guardi, signora, l'ho steso con questa e non si rialzerà più.” Così mi disse: “l’ho steso con questa e non si rialzerà più”. (pausa) Il ragazzo del latte aveva sedici anni.

Corsi via. Dovevo trovare mio marito e dirgli che il fabbro aveva ucciso il ragazzo del latte, lui avrebbe saputo che fare. Lui sapeva sempre che fare, per questo era sindaco. Lo trovai in piazza. Che stava… distribuendo bastoni, coltelli, forconi, e… e quelli intorno a lui li prendevano e correvano dappertutto e urlavano come impazziti e sfondavano le porte delle case e trascinavano fuori uomini, donne, vecchi, malati, e a quelli che cercavano di scappare nei campi c’erano i bambini con i fischietti a fare la guardia e uomini a cavallo con delle grosse mazze di legno che li colpivano in testa. E io… io volevo dire a mio marito che il fabbro aveva ucciso il ragazzo del latte, ma lui non c’era più.

Andai verso la chiesa. Vidi i due figli del carpentiere, quelli che cantavano nel coro la domenica. Trascinavano per le ascelle il sarto, che il sangue gli colava sul collo. Mi gridò di salvarlo. Ma io che potevo fare? Gli risposi che non potevo fare niente. Ma lui continuava a chiedermi di aiutarlo e io continuavo a dirgli che non potevo. (con rabbia) Perché continuava a chiedermi di aiutarlo quando era evidente che non potevo fare nulla?... Lo trascinarono via. Lui continuò a guardarmi con la testa voltata e gli occhi sbarrati, bianchi, che mi imploravano, mi accusavano, fino a che non girarono l’angolo. Io ricominciai a camminare. Cercavo mio marito, dovevo dirgli che il fabbro aveva ucciso il ragazzo del latte.

Poi vidi il calzolaio. Stava… addosso alla maestra, che aveva insegnato a leggere a tutto il villaggio, anche a me. Anche al calzolaio. Le stava addosso, lei era a terra e lui… lui… (non termina la frase) E quando ebbe finito la strangolò… ma lei guardava me. Gli occhi bianchi, sbarrati, che mi chiedevano aiuto… ma che potevo fare?

E vidi il falegname che andava in giro con un uncino di ferro e colpiva nello stomaco e poi tirava via tutto. Allo scrivano prima di ucciderlo gli tagliarono la lingua. E poi uccisero anche il panettiere: lo rincorsero, gli saltarono sulla schiena e gli spaccarono la testa a bastonate mentre il proprietario del negozio di stoffe cercava di aiutarlo. A lui lo uccisero a martellate. E le loro mogli, le due sorelle - avevano vent’anni - videro tutto. Corsero dai figli, i loro figli, li presero in braccio, li portarono allo stagno e… li affogarono. Li affogarono con le loro mani pur di non vederli… di non vederli… (non riesce a finire) E poi si gettarono pure loro, le due sorelle che avevano vent’anni: la più piccola andò subito a fondo. L’altra, invece, non affondava, non era capace di uccidersi. Sulla sponda dello stagno i bambini le tiravano le pietre e c’erano tanti che ridevano, la insultavano, e lei non riusciva a uccidersi. Ma poi il corpo di suo figlio tornò a galla. Lei gli prese la mano, e andarono a fondo insieme.

Andai in giro per ore aspettando che finisse, ma non finiva mai. Sentivo urlare dappertutto. La testa mi scoppiava. E non avevo ancora detto a mio marito che il fabbro aveva ucciso il ragazzo del latte.

Poi si fece sera. Ero sola, da qualche parte in campagna. Mi sentii chiamare: era il garzone del barbiere. Era scappato nei boschi e adesso stava tornando a casa. Gli dissi di andar via, che avrebbero ucciso anche lui, ma lui rispose che no, era tutto finito, che era arrivato l’esercito. Mi sorrise, mi diede un fazzoletto e mi disse che mi avrebbe aiutata. Lui voleva aiutare me! Mi asciugai le lacrime e andai con lui. Continuava a sorridere. In paese non c’era nessuno, sembrava che davvero era tutto finito come aveva detto lui. Ma quando arrivammo in piazza era pieno di gente. Lo presero e cominciarono a picchiarlo, e ridevano, e dicevano che era arrivato un altro di quegli idioti che avevano creduto alla storiella dell’esercito. Lo trascinarono via, con gli occhi sbarrati, bianchi, che mi chiedevano aiuto. Ma che potevo fare? (il ricordo diventa sempre più doloroso) Lo buttarono in un granaio insieme a tutti quelli rimasti. Trecento, quattrocento, forse di più. Quasi tutti vecchi, donne e bambini. Poi cosparsero il granaio di cherosene e… gli diedero fuoco. Diedero fuoco al granaio con loro dentro! (sempre più agitata) Le grida erano fortissime, orribili. Scappai via, ma era inutile, le urla mi inseguivano dappertutto, correvano con me, erano dentro di me, nella mia testa, e non mi lasciavano! Non… mi lasciano! (grida con sempre maggiore forza, come se stesse accadendo adesso) Andate via! Siete morti! Andate via! Smettetela di urlare. Io non vi ho fatto niente! Non è colpa mia! Non è colpa mia! (un ultimo urlo) Non è colpa mia! (Si butta a faccia giù sul letto, quasi piangendo. Un lungo silenzio).

La mattina dopo al posto del granaio c’era solo un ammasso di… corpi… che quando si decisero a seppellirli, tre giorni dopo, non si riusciva a separarli e dovettero farli a pezzi e gettarli via. C’erano molti uomini che frugavano tra i cadaveri alla ricerca di soldi, oro, oggetti. Altri usavano asce e tenaglie per strappare i denti d'oro. I corpi che stavano in alto erano irriconoscibili, ma quelli sotto erano intatti. Vedevo i loro volti, li riconoscevo, e avevano tutti gli stessi occhi. Gli occhi del sarto, della maestra, dello scrivano, del garzone del barbiere. Mi chiedevano di aiutarli. Ma che potevo fare, io? Che potevo fare? Che non ero nemmeno riuscita a dire a mio marito che il fabbro aveva ucciso il ragazzo del latte. Quando lo rividi, più tardi, si era cambiato d’abito. Mi urlò qualcosa, era molto arrabbiato con me, ma io non lo ascoltavo. Guardavo le sue mani e pensavo che forse… che forse anche lui… (non riesce a terminare a frase) Guardavo le sue mani. Non gli dissi che il fabbro aveva ucciso il ragazzo del latte (pausa. Si rimette a sedere).

Voi… non dovete giudicarci male. Non siamo criminali. Duemila persone che fanno lo stesso sbaglio non sono criminali. C’era la guerra, allora, e quella gente… (non finisce la frase) Erano quasi la metà del paese. Io non ci trovavo niente di strano, ma mio marito diceva che bisognava starci attenti. Non capivo perché, ma io sono stupida e ci sono un sacco di cose che non capisco, mentre se lo diceva mio marito voleva dire che era vero. E me lo diceva anche mio padre, e mio nonno, e il nonno di mio padre lo diceva a mio padre, e suo nonno lo diceva a lui, e anche tutti gli altri padri e gli altri nonni lo dicevano ai loro figli e ai loro nipoti. Quando li incontravamo per strada li salutavamo con cortesia, e poi, tra noi, sputavamo per terra. Anche se ci vendevano il latte, se compravano la nostre verdure, se frequentavano le nostre case, i nostri salotti, le nostre tavole, non erano come noi. Erano diversi. Anche se abitavano alla porta accanto (pausa) Dobbiamo andare, vero? (si guarda intorno, come se dovesse dire addio alla sua stanza) Non sono più uscita da questa stanza. (Si alza in piedi e prende il cappotto) Credete che riuscirò a stare sola, dove mi portate? (Indossa il cappotto) Andremo via di qua, vero? Lontano, vero? L’aria è marcia, qui. Mio marito dice che adesso che sono tornati quelli con la stella sul cappello le cose cambieranno, ma io non lo so, anche se ci sono un sacco di cose che non so, mentre lui è il sindaco. Lo sapete che è il sindaco? Dice che bisogna guardare avanti, adesso. Ma dice pure che la memoria va conservata, perché ricordare il passato serve a migliorare il futuro. Dalle colpe si deve imparare, dice. Perciò ha fatto mettere al centro del paese, in piazza, un monumento con una grande lapide: c’è scritto che durante la guerra, nel nostro villaggio, 1600 ebrei furono trucidati dai soldati tedeschi. Questa è la verità, oggi: sono stati i tedeschi a uccidere i nostri vicini. In fondo, per loro, qualche centinaio in più o in meno non cambia niente. Ma per noi è diverso. Perché noi, in questo paese, siamo tutte brave persone. Siamo ottimi vicini di casa, noi. Chiedetelo alla porta accanto.

Indica con il braccio. Si spengono le luci.

 

* * *

 

FINE

Roma, marzo 2004.

Avellino, agosto 2006