IL FULMINE NELLA TERRA
IRPINIA 1980
Racconto teatrale
di
Mirko Di Martino
Questa proprio no. Una sconfitta ci può stare, si sa. Che nel calcio si vince e si perde. Come nella vita. E si pareggia pure. Nel calcio, che nella vita mica lo so se c’è il pareggio. Che comunque è sempre una mezza vittoria o una mezza sconfitta e perciò i risultati sono solo due. E una sconfitta ci può stare, si sa. Ma non con la Juve. E non a Torino. E non per due a zero. E non se hai Beccalossi. E non se alla fine vincerai pure il campionato. Perché forse non lo sapete, ma c’è stato un tempo che l’Inter vinceva i campionati. L’ultimo l’aveva vinto proprio a giugno. Che però a marzo era stata battuta dalla Juve due a zero a Torino. Ma adesso era un’altra storia. Che è sempre un’altra storia, si sa, ma stavolta di più, che era ricominciato il campionato e per la prima volta si potevano comprare gli stranieri. Uno solo per squadra, però, che prima di comprarlo ci dovevi pensare bene. Mica come adesso. L’Inter aveva comprato Proaska, che pure se era austriaco giocava bene. La Roma Falcao, che pure se era brasiliano faceva il centrocampista. Il Napoli Krol, che pure se era difensore non sapeva di dover marcare pure il suo compagno di squadra che a cinque giornate dalla fine, con il Napoli primo in classifica, in casa, contro il Perugia già retrocesso, andò a fare gol nella sua stessa porta e addio scudetto. Che nel calcio si vince e si perde. E però mica erano tutti campioni, gli stranieri. Che c’erano pure quelli come Luis Silvio, che pure se era brasiliano finì a fare il barista in un locale di Pistoia. Che nella vita si vince e si perde.
All’ottava giornata la prima in classifica è la Roma di Liedholm con 10 punti, poi Fiorentina e Inter a 9. La Juve è più indietro a 5. Il Milan non c’è perché insieme alla Lazio è stato retrocesso in B per un grosso giro di scommesse clandestine. Che non si sa se il reato sta nelle scommesse o nell’evasione fiscale. A Torino si gioca Juve-Inter, il “Derby d’Italia”, che vai a capire perché l’hanno chiamato così, manco le altre partite si giocassero in Albania. Trapattoni ha messo in campo la formazione migliore, con Cabrini, Scirea, Tardelli, Bettega. E un certo Brady, un centrocampista irlandese che però finora non ha fatto un granchè. Dall’altro lato Oriali, Altobelli e compagni vogliono la rivincita del due a zero di marzo. Che poi vuoi mettere che soddisfazione battere la Juve a Torino? Inizia la partita. Il primo tempo passa così, senza reti. Ma già al quinto del secondo la Juve si procura un rigore… E non dite che la Juve è sempre la Juve… Batte Brady. Tiro: goal. Uno a zero. Il secondo lo segna invece Scirea al 24°, e sul due a zero la partita pare finita. Ma al 34° l’Inter riesce a riportarsi sotto con un goal di Claudio Ambu.
In quel momento milioni di italiani stanno fermi davanti alle televisioni a guardarsi la partita. Che però c’è già stata. Che quella che si vede in TV è registrata, che all’epoca il satellite non c’era. Non c’era nemmeno Mediaset, per la verità: Canale 5 è nata solo dieci giorni prima e trasmette su una serie di TV locali che insieme fanno un circuito nazionale. Anche Raitre era nata soltanto l’anno prima e manco si chiamava così. Si chiamava terza rete, o terzo canale, come rai uno era il primo canale e rai due il secondo. Altre tv non ce n’erano, a meno che non v’accontentavate di Telesvizzera o Telecapodistria. La Rai chiudeva alle undici di sera, quando usciva la scritta “le trasmissioni riprenderanno domani mattina a mezzogiorno”. Nemmeno dodici ore di trasmissioni. E niente telefonini, niente computer. Vai a capire che faceva la gente tutto il resto del tempo. Ogni domenica, sul secondo canale, veniva mandato in onda un tempo di una partita di serie A. Alle sette. Stavolta, ovviamente, è toccato a juventus-inter.
E’ il 23 novembre 1980. Al 34° del secondo tempo, quando Ambu segna il gol dell’inter, sono le 19 e 34. In quel momento, non lontano da qua, qualche chilometro a sud della Valle del Sele, una striscia di terra tra i monti Marzano e Carpineta si spacca manco fosse un amaretto. Poteva succedere un’ora dopo, o un giorno, o una settimana, o magari un anno dopo. Ma invece no, è successo proprio adesso, alle 19 e 34. O 35. O 36, 37, qualcuno dice pure 40. Che nemmeno su questo ci siamo messi d’accordo. Ma tanto la terra se ne frega degli orologi nostri. E così due enormi blocchi che si sono spinti l’uno con l’altro per decine di anni senza spostarsi manco d’un centimetro decidono che adesso basta. O si vince o si perde. Come nel calcio. E uno va su e l’altro va giù. Come nella vita. E mentre la terra trema s’apre una spaccatura lunga decine di chilometri che attraversa Campania e Basilicata con un lato che si alza di un metro rispetto all'altro, che se c’andate adesso li trovate ancora così. L’intensità del terremoto è una delle più forti mai registrate in Italia: 6,9 gradi della scala richter. Che però non significano proprio niente, che la terra se ne frega delle misure nostre. Ma noi misuriamo tutto lo stesso, pure il terremoto, perchè quello che misuriamo ci appartiene. Pure il terremoto. E quello che non si misura non esiste. Come la morte. Che misuriamo la vita per quanto è lunga e la morte è il punto dove finisce. O magari dove comincia, se ti va bene. Ma sempre un punto è. E quanto è grande un punto? E quanto durano cento secondi? Molto o poco? In cento secondi Gilles Villeneuve completa un giro di pista a Imola, che al sesto giro gli scoppia una gomma a 280 all’ora e va a sbattere contro un muretto di recinzione tanto forte che doveva proprio morire. Il debito lo pagherà in Belgio due anni dopo. Sono molti o pochi, cento secondi? In cento secondi Donatella Rettore fa in tempo a cantare metà “Kobra”, che è la canzone più ascoltata nei juke-box, che il cobra col sale se lo mangi fa male, si sa. Sono molti o pochi, cento secondi? Chiudete gli occhi e provate a contare. Uno, due, tre, quattro, cinque… arrivate a cento, poi riapriteli. Intorno a voi sono morte 3.000 persone. 10.000 sono rimaste ferite, 460.000 senza tetto, 80.000 abitazioni distrutte. In cento secondi. Sono molti o pochi?
La partita di Torino finisce 2 a 1 per la Juve. Ma a guardarla, qua, non ci sta più nessuno.
In quel momento, a Roma, il presidente del consiglio Forlani è a Villa Madama che sta aspettando l’ospite della serata, il primo ministro inglese Margaret Thatcher. A villa Madama la scossa non s’è sentita, ma nel resto di Roma si. E forte. Che molta gente è pure scesa in strada. Venticinque minuti dopo il tg dice che c’è stata una scossa in Campania, non si sa bene dove, più o meno intorno a Eboli, ma non si ha notizia di morti. Non si ha notizia proprio di niente. Che più tardi si saprà solo che è crollato un palazzo a Poggioreale, in via Stadera, dove alla fine i morti saranno 52. Era un quartiere povero, quello. Trent’anni prima c’avevano costruito tre palazzi di nove piani. Li chiamavano grattacieli, che in mezzo alle baracche ci vuole poco, si sa, ma ognuno misura come gli pare. Che quello che misuriamo ci appartiene. Pure il terremoto.
Passano i minuti, passano le ore, passano i piatti della cena a Villa Madama. Dopo le nove arriva la notizia che a Potenza ci sono tre morti. Quando diventano dieci il ministro degli esteri Emilio Colombo si alza e dice che va a Potenza, a casa sua. Arriverà alle quattro del mattino. Ma a Roma la cena continua. Il più inquieto è Rognoni, il ministro degli Interni, che telefona spesso al Viminale da casa sua, a Pavia. E’ in vacanza come quasi tutti gli altri ministri, che stanno sparsi per l'Italia perché è domenica e lo stato si riposa. Alla fine della cena il presidente del Consiglio e i tre ministri presenti a Villa Madama si salutano che non si sono manco detti che fare. Si vedrà lunedì mattina. E’ domenica, lo Stato si riposa.
Ma un giornalista della rai, nella notte, riesce a stabilire un collegamento con il parroco di Balvano. “Che è successo, lì?”. “E' crollata la chiesa, c’erano più di trecento persone dentro”. Vecchi, donne e bambini. Molti bambini. Stavano ascoltando il sermone del predicatore venuto da Materdomini a parlare di «Cristo maestro di misericordia». Una predica bella, quanto può essere bella una predica, ma troppo lunga. Fosse durata cinque minuti meno sarebbero tutti vivi. “Abbiamo sentito una vibrazione come se il mondo si rivoltasse. Poi un vuoto d'aria. C'era scampo solo dalle uscite laterali perché le fiancate hanno retto. Chi s’è salvato è stato per miracolo”.
Come a Gesualdo, che quando arriva la scossa nella Chiesa Madre ci stanno duecento persone a pregare la Madonna degli Afflitti. E in piazza più del doppio a ballare la montemaranese. Il campanile si piega sulla gente ma si ferma a mezz’aria, in chiesa la cupola si apre, piovono pietre come fosse grandine, la gente tenta di fuggire ma il parroco gli grida di restare. E magari pure di pregare, che in chiesa si va per quello, si sa. I secondi passano, la terra smette di tremare, sono tutti vivi. “Nelle case c’è passata come una mano invisibile che ha buttato per aria tutto, piatti, forchette, mobili, ma i quadri dei Santi sono rimasti intatti. E’ un miracolo. Dio ha voluto risparmiarci”.
Ma Dio non ha voluto risparmiare una vecchia Lancia Beta che c’ha fatto crollare sopra una parete della cattedrale di Muro lucano. In macchina c’erano due ragazzi di vent’anni. Lui lavorava, lei studiava a Potenza. Si incontravano una sola volta la settimana. Nella stradina buia dietro la cattedrale. Che quello era un bel posto per farci l’amore. Pure per l’ultima volta.
Ma di tutto questo in Italia nessuno sa ancora niente. Che per adesso l’unica voce resta solo quella del parroco di Balvano che sta parlando con il giornalista della Rai. Quello stesso parroco che un paio di settimane dopo lascerà il paese di corsa per scappare dai suoi stessi parrocchiani che l’accusano d’aver usato solo una parte dei soldi che gli avevano dato cinque anni prima per restaurare la chiesa. E però quella telefonata ha salvato quello che c’era da salvare, a Balvano. Che per il solo fatto d’essere stato nominato in TV i soccorsi c’arriveranno la mattina dopo, mentre decine di paesi nelle stesse condizioni dovranno aspettare altri due giorni. Almeno. Che tutte le linee telefoniche sono saltate e non si può nè chiamare nè ricevere, e non c’è corrente, e non c’è acqua, e le strade sono interrotte o franate o piene di macerie, e pure le ferrovie. L’Italia finisce a Napoli, stanotte. E magari ricomincia a Potenza, se la volete chiamare Italia, quella. In mezzo c’è un buco profondo centinaia di migliaia di persone. Ci vorranno ore prima che ne viene fuori qualcuno.
Succede a Lioni, dove un radioamatore è riuscito ad attivare il suo baracchino. I suoi messaggi vengono raccolti da altri radioamatori che li rimandano in tutta Italia, ma sono parole difficili da credere: dicono che Lioni è tutto un mucchio di macerie, che non c’è rimasto in piedi manco un muro, e aiutateci, fate presto, che ci sono centinaia di persone sepolte vive e non teniamo niente per scavare. Ma quelli che arrivano non sono i soccorsi. Sono i giornalisti. Il primo è un inviato del “Corriere della Sera”. Sono le tre di notte, otto ore dopo la scossa. Trova un paese immerso nel buio, appena rischiarato dalla luna, e qua e là qualche falò e intorno gruppi di persone stretti uno addosso all’altro, con le coperte sotto al naso per non congelare, con le facce piene di polvere, bianchi come fantasmi, che appena è arrivata la scossa sono scappati in strada e sono rimasti là, ad aspettare, a riconoscersi a vicenda, a dire al primo che capita “guardami, sono vivo”, a cercarsi in mezzo alla polvere, che ce n’è tanta che non si vede lontano un metro che manco le notti che la nebbia è come sugna e puoi solo chiamare in giro, così, senza sapere nemmeno dove stai, e aspettare che da qualche parte risponda tuo marito o tuo figlio o tuo padre o tuo fratello, e chiedere a tutti se li hanno visti, se erano con loro, che sicuramente hanno fatto in tempo a scappare fuori ma allora perchè non li trovo, adesso? E dappertutto le voci e le grida di quelli che sono sotto, che nessuno è in grado di aiutarli. Chi è riuscito a uscire l’ha fatto da solo, scavando da dentro con le mani, pietra dopo pietra, che la morte non l’ha voluto, a lui. Ma per tutti gli altri non c’è niente da fare. “Quando il fulmine s’è scatenato nella terra le case ballavano e le pietre dei muri rotolavano come i grani del rosario. Non c’era modo di scappare, di scendere le scale, di fuggire, di fare. Chi s’è salvato s’è appeso alla mano di Dio”.
Come Gelsomina, che a Nocera Inferiore ha già preparato la cena per la famiglia. Suo figlio di dieci anni è andato al bar di fronte casa a giocare a Donkey Kong. Che tu eri un omino che doveva salire in cima a una serie di piani per andare a salvare la tua donna prigioniera del ferocissimo gorilla Donkey Kong, che mentre tu salivi ti buttava giù un sacco di barili e tu li dovevi saltare. E questo era tutto. Ma costava cento lire e ti divertivi un sacco, che è facile divertirti quando non sai quello che ti manca, si sa. E pure il figlio di Gelsomina si sta divertendo, ma s’è fatto tardi e Gelsomina va a chiamarlo. Scende in strada, fa pochi passi, entra nel bar e lo chiama. E non s’accorge che intanto è arrivato il terremoto. Esce dal bar col figlio e torna a casa. Ma la casa non c'è più. Sotto le macerie sono morti il marito, la figlia, la nuora e due nipotini. Gelsomina s’è appesa alla mano di Dio.
Come Lidia, vent’anni, che non ha voglia di restare a casa a Sant’angelo e se ne va al cinema a Lioni assieme al fidanzato. Danno “I contrabbandieri di Santa Lucia”, che c’è Mario Merola che fa il camorrista buono onorato e rispettato che vive con le sigarette di contrabbando e che però deve combattere contro il giovane mafioso cattivo che pensa solo ai soldi e al potere. Ma a Lidia il film non le piace e lei e il fidanzato escono prima della fine. Appena il tempo di arrivare in strada che comincia a tremare tutto. Lidia ha le chiavi di casa in mano e la scossa gliele fa cadere. Mai perdere le chiavi di casa, si sa. Perciò si mette a cercarle e il fidanzato con lei. Non pensa a scappare, non pensa alla gente che corre da tutte le parti, alle urla, alla terra che trema, alla polvere. L'unica cosa che conta è trovare quelle benedette chiavi. Che non bisogna mai perderle, si sa. Ma è tutto buio, non si vede niente. Qualcuno le finisce addosso e Lidia cade. Sotto la mano sente qualcosa di freddo: le chiavi! Le afferra strette, felice, poi scappa in macchina e di corsa a Sant’Angelo. Ed eccola là la porta di casa sua. Ma tutto intorno non c’è più niente: la casa è completamente crollata. Che c’è rimasta in piedi solo la porta. Lidia s’è appesa alla mano di Dio.
Quella che tutti gli altri hanno mancato. Come le due sorelle di Volturara che quando è arrivato il terremoto hanno tentato di scendere in strada ma la scala di legno che doveva portarle giù è caduta. L’unico crollo di tutta la casa. Vaglielo a spiegare, adesso, che bastava appendersi a una mano.
Alle quattro del mattino Rognoni si presenta al ministero, ma le notizie che arrivano non sono ancora preoccupanti. Nessuno è neanche sfiorato dall'idea che i comuni che non segnalano nessun problema sono quelli dove è caduto tutto, pure le caserme. Come a Sant’angelo dei Lombardi, dove a quell’ora le uniche luci sono i fari di un trattore che hanno fatto tirare fuori dalle macerie un bimbo di sei anni. Tutt’intorno non ci sono più strade, piazze, vicoli. Neanche il Duomo c'è più. Il corso è ridotto a una striscia di fango tra due enormi ammassi scuri di ferro, pietre e cemento. E in giro i soliti fantasmi che scontano la loro pena intorno ai falò. E la terra che risuona di lamenti e di grida. Stanotte Sant’angelo esiste solo nel cuore di Cristo.
A Teora via del Plebiscito è una trincea appena bombardata, con le case che sono cadute sulla gente che scappava in strada. E pure qua i primi ad arrivare sono i giornalisti, all’alba. Uno dei fantasmi li vede e gli va incontro a braccia aperte. “Grazie a Dio siete arrivati. Ci stanno trecento persone sotto le macerie. Se ci sbrighiamo possiamo salvarle”. I giornalisti si guardano perplessi. “Voi siete i soccorsi, vero?”. No, non sono i soccorsi. “Ma come? Siete i primi che vedo”. E piange.
Adesso che è l’alba, però, almeno puoi cercare di scavare. E devi farlo in fretta, perché chi chiedeva aiuto non parla più e se lo chiami non risponde. E pure se non hai manco un piccone puoi provare almeno a spostare una pietra, un ferro, un pezzo di legno e sperare che ti va bene, come alla bambina di undici anni che hanno tirato fuori a Castelnuovo, che il paese è rotolato giù manco fosse una palla di neve ma lei è rimasta viva. Si chiama Maria. Il cognome non se lo ricorda più. E a Teora un uomo ha tenuto viva sua moglie per venti ore mandandole aria con uno pezzo di tubo del termosifone. E a Laviano Emilia è rimasta sepolta sotto le macerie di casa sua insieme a tre figli, la madre e tre nipotini piccoli. Sono morti tutti. “E chi lo sa come mi sono salvata? Ero rimasta con la testa da fuori, il resto era tutto incastrato. E gridavo, gridavo. Allora è arrivato l’unico figlio mio che s’e salvato perché era andato al bar. Mamma, mi dice, sono morti tutti. E allora io gli dico: figlio, lasciami dove sono”.
Ma a scavare così non ci fai niente. Ci vogliono i vigili del fuoco, innanzitutto. Che però in Italia sono solo 16 mila e tengono in tutto sette elicotteri. Che ne avrebbero quattordici, ma la metà è sempre rotta.
E ci vuole l’esercito, che a Pescopagano sono arrivati nella notte da Potenza e in poco tempo hanno tirato fuori dalle macerie tutti quelli ancora vivi. L’ospedale ha i vetri saltati, i solai sfondati, i muri pieni di crepe, ma è rimasto in piedi. Hanno caricato i malati su un pullman e li hanno portati in un piccolo campo sportivo là vicino, che c’è stato pure montato una specie di pronto soccorso per i feriti.
Ma negli altri posti fino a lunedì sera non si vede in giro manco una divisa. E paesi come Calabritto, Senerchia, Sanmichele di Serino, dovranno aspettare martedì per avere i primi soccorsi. E di Ricigliano pure la Radio se ne dimenticherà, che non sarà nominato per giorni interi. Che qua si muore come s’è vissuto.
E dove pure c’è qualche soldato sono arrivati là come per caso, che nemmeno le mappe gli avevano dato, e per trovare la strada hanno dovuto fermarsi a chiedere a ogni incrocio manco fossero turisti. Come quelli della divisione «Acqui» che alle dieci di martedì mattina arrivano alla caserma Berardi di Avellino, dove è stato messo il coordinamento dei soccorsi. Dopo tre ore fermi il capitano della divisione decide che ne ha abbastanza di sentire le urla di un piccoletto magro che non fa altro che gridare "via, via, andate da qualche parte, qua ingorgate!" e lo afferra per il bavero: "ma dove cazzo andiamo?". Poi qualcuno gli dice che sta strangolando il prefetto e allora si calma. Per la tristezza i soldati si mangiano metà delle razioni. Poi arriva un colonnello che li manda a Santangelo, che lì è l'inferno. Escono da Avellino alle tre, ma dopo 20 chilometri un capitano dei carabinieri gli dice che a Sant'Angelo c'è già pieno di truppa: "Andate a San Mango, che lì è passato il piede del diavolo". Allora tornano indietro, ma la strada è tutta crepata e piena di sassi e i segnali stanno coricati per terra. Prendono una stradina che sale, ma sulla carta non si capisce niente, gli ufficiali litigano, si insultano, si sono persi. Per la tristezza i soldati si mangiano l’altra metà delle razioni. Poi fanno manovra e tornano sulla strada di prima, che però ormai s’è fatto buio ed è scesa pure la nebbia. Ma quando stanno per rinunciare trovano la strada giusta, che qualcuno ha visto per terra una scritta del Giro d’Italia: "Viva Moser a San Mango". Che le strade si trovano pure così. Arrivano in paese che è mezzanotte.
Eppure in Friuli era andata diversamente. La terra lì aveva tremato quattro anni prima. I morti erano stati 965, ma l’esercito c’era arrivato nel giro di poche ore. E certo. Che è proprio là che sta la maggior parte dei nostri soldati, in Friuli e Veneto, per difenderci dai rossi. Che infatti proprio in quei giorni ne stanno combinando un’altra delle loro: in Polonia un sindacato, Solidarnosc, e l’uomo che lo guida, Lech Walesa, stanno mettendo in crisi il governo filo-sovietico. L’URSS, che c’era ancora l’URSS a quei tempi, ha già schierato i suoi carrarmati al confine, che forse occuperà Varsavia da un giorno all’altro. E perciò domenica sera in Basilicata e in Campania ci sta solo l'esercito di serie B. Per quello di serie A bisogna aspettare che arrivano dal nord le lunghissime colonne di camion che viaggiano a 40 all'ora. Quando va bene. E quando arrivano, all’ingresso dei comuni si formano ingorghi che per fare duecento metri ci vogliono ore, che nessuno ha pensato a mettere dei posti di blocco per vedere che portano, dove vanno, dove dovrebbero andare. E una volta in paese i soldati non sanno che fare, che gli hanno insegnato a usare il fucile, non la pala. Che non gliel’hanno manco data, la pala. Sono arrivati a mani vuote, e quei pochi attrezzi che hanno se li litigano i parenti dei sepolti vivi, che ognuno cerca di far scavare prima da lui e alla fine non si scava né qua e né là. Che tra due litiganti il terzo muore, si sa. Gli unici a essere organizzati sono i soccorsi francesi, o tedeschi, o svizzeri, che spesso sono pure arrivati prima degli italiani, e hanno i cani che entrano e escono dalle macerie e le sonde che ti sentono il cuore pure se sei morto.
Ma in genere si va avanti come capita, che nessuno sa se sotto quelle macerie c’è qualcuno o no, e la maggior parte del tempo non si fa niente perchè nessuno gli ha detto che fare, e poi in pochi minuti corrono tutti a salvare la voce che gli pare d’aver sentito da qualche parte, che magari era solo il lamento di un gatto. Come a Teora, che però sotto al gatto c’hanno trovato un uomo. Si chiama Ciro, gioca a pallone, centrocampista. Come Falcao, più o meno. Da due anni la società che giocava in terza categoria s’è sciolta che sono finiti i soldi, ma si fanno ancora tornei tra i comuni. Che poi vuoi mettere la soddisfazione di battere i lionesi? All’ultimo torneo hanno partecipato in sette e l’ha vinto il Frigento. Ma per ora di rivincite non se ne parla. Ciro sta là sotto da trentanove ore, da quando la parete della chiesa affianco è crollata sulla casa. S’è salvato perché l’ha protetto un’inferriata, che però adesso gli schiaccia le spalle e lo soffoca. “Capità, tengo un poco di fiatone”… Calciatore centrocampista. “Hai lo stomaco troppo schiacciato, devi fare un po’ di iperventilazione. Sai, come fanno i nuotatori. Tu sai nuotare?”. “Nuotare? capità, io giocavo a pallone!”. Potrebbero tirarlo fuori subito, ma bisogna prima tagliare l’inferriata con una tronchese. Ci vorrà mezz’ora per trovarne una, che i soccorsi non c’hanno manco quella.
In Italia la Protezione Civile ha in tutto 13 depositi per le emergenze, che nel sud stanno a Caserta, Catanzaro e Reggio Calabria. E basta. E però dentro non c’è una ruspa, una pala, una radio, un gruppo elettrogeno, una scatola di latte in polvere, un medicinale, che quel poco che c’era è stato usato per il Friuli. Quattro anni prima.
Che poi la protezione civile manco esiste, per la verità, perché si, è stata istituita con una legge del 70, ma i regolamenti d’attuazione sono fermi al Consiglio di Stato, e perciò non esiste. E nella notte del 23 la stanza al primo piano del ministero dell'Interno da dove dovevano essere coordinati i soccorsi l’ha messa in funzione un dipendente, un ingegnere che ha sentito le scosse a casa sua ed è corso ad informarsi ma quando è arrivato là non ci ha trovato nessuno.
Un gruppo della protezione civile di Parma era già pronto alle sei di lunedì mattina ma è riuscito ad arrivare a Senerchia solo mercoledì sera, alle nove, in tempo per estrarre dalle macerie una ragazza di ventotto anni, Liberata, sepolta da tre giorni e tre notti con la temperatura sotto zero. Domenica sera Liberata e sua madre erano in cucina. Quando arriva la scossa il pavimento s’apre e loro sprofondano sotto una montagna di pietre, abbracciate. E vive. Ma poi per un tempo lunghissimo non sentono niente. “È finita, figlia mia. Sono morti tutti e a noi è toccata la sorte più brutta perché siamo sprofondate nella tomba prima di morire”. E come fai dirle che non è vero quando pensi la stessa cosa? Ma poi, dopo ore, eccoli, sono loro, sono venuti a salvarci, mamma. E Liberata grida, urla con tutto il fiato che ha, ma nessuno s’avvicina, nessuno scava. “Ma siamo qua! Non sentite che siamo qua?”. Poi di nuovo il silenzio. Che pure un rumore qualunque sarebbe meglio che questo. Sua madre ha la febbre: è calda, e trema, e prega: “madonna santissima, ti prego, fammi morire un’ora prima di mia figlia, che vederla morire è peggio che morire”. E poi silenzio. Silenzio. Ancora silenzio. Poi il rumore di un elicottero. “Ci cercano, mamma! Stavolta ci troveranno”. Liberata sente come una specie di felicità. Ride, pure. E pensa che sta diventando pazza. Ma stavolta stanno davvero venendo a salvarle. Una luce fortissima le brucia gli occhi: sono le fotoelettriche dei volontari di Parma, che c’avranno pure messo tre giorni per arrivare ma adesso sono là, per lei, che erano tre giorni che la cercavano, che erano tre giorni che li aspettava, che erano tre giorni e adesso fate presto vi prego che mamma sta male ma non possono fare presto perché c’è il rischio che crolla tutto e Liberata non lo sa lei sa solo che sua madre sta diventando sempre più fredda e più bianca e quelli non si sbrigano “Che fate, disgraziati? Perché non scavate? Figli di puttana! Mamma sta morendo! Scavate! Scavate!”. Liberata non lo sa che c’è il rischio che crolla tutto. Lei guarda i capelli di sua madre, che glieli ha sempre invidiati per quanto sono belli. “Non adesso, mamma”. I capelli che sono pieni di polvere. “Non mi lasciare proprio adesso”. Liberata la tirano fuori a mezzanotte e mezza. “Non mi lasciare proprio adesso”. Dopo di lei, a Senerchia, non sarà estratto vivo nessun altro.
Ma è tutto l’apparato che s’è mosso con lentezza. A partire dal governo, che s’è riunito la prima volta alle nove di lunedì mattina, quattordici ore dopo il sisma, che di domenica lo stato si riposa, quando la RAI ha già mandato i suoi elicotteri a volare sui paesi distrutti. Nei telegiornali della sera quei pochi che hanno la TV a colori vedranno un bel sole che illumina delle grandi macchie marroni e grigie che hanno dei nomi mai sentiti prima, qualcosa come Laviano, Santomenna, Castelnuovo, che poi lo chiameranno il triangolo della morte, che però pure Lioni, Sant’angelo e San Mango lo chiameranno il triangolo della morte e quindi ci saranno due triangoli della morte. Che noi misuriamo tutto, si sa. Che quello che misuriamo ci appartiene. Pure un triangolo con la morte dentro.
Ma esistevano davvero posti così, in Italia? In pochi giorni dal nord arriveranno migliaia di volontari ad aiutare i terremotati, giovani che non erano mai andati più giù di Roma, convinti che al Sud è tutto piatto e giallo e c’è sempre il sole ma allora com’è che qua piove sempre e fa tanto freddo? Sarà una vera scoperta, quella. Per tutti, pure per noi. Che non si può mai dire chi è che scopre e chi è scoperto. Ma quelli che s’erano spostati erano loro, però. Esistevano davvero posti così, in Italia? Posti dimenticati sulla schiena di una montagna, come rifiuti lasciati a marcire, lontani da tutto e da tutti, fermi in un tempo che non esiste più. O che non è mai esistito. Case come cantine fatte di sassi, gli stessi che trovi nei campi, grossi come meloni, che la terra solo questo ti dà: pietre e sassi grossi come meloni. Grazie a Dio. E i maiali allevati per strada, che dormono in casa e mangiano prima loro e poi i figli. Quando c’è da mangiare. Grazie a Dio. E la gente che sembrano animali pure loro, alti un metro e cinquanta e piegati in due nella schiena e sempre vestiti di nero e con le facce cotte dal sole rugose come pere secche, tutte uguali, tutte le stesse facce di morti di fame, che al massimo puoi distinguere i maschi dalle femmine che se ha la coppola è maschio e se ha lo scialle è femmina. Che lo scialle è salute e legna per riscaldare non ce n’è e la coppola non si leva manco quando si dorme perchè ripara la testa che così non viene l'otite. Esistevano davvero posti così? Coi paesi che sembrano nati dalla montagna stessa, storti come quelli che li abitano e neri come i loro denti. Esistevano davvero? E allora com’è che nessuno li aveva mai sentiti nominare prima? Eravamo i poveri tra i poveri. L’osso d’Italia, così ci chiamavano. L’osso che avanza quando hai tolto la polpa, l’osso che si dà ai cani. E chi mai dovrebbe interessarsi a un osso? Ma pure se lo butti via un osso resta là. Per secoli. E aspetta, che non può fare altro che aspettare. E il 23 novembre, quando sono venuti a vedere, l’hanno ritrovato dove l’avevano buttato. E dimenticato. Il terremoto ci ha fatto la grazia. Grazie a Dio. E siamo diventati italiani pure noi.
E ci siamo meritati pure la visita del presidente della Repubblica, Pertini, come i terremotati del ’30 s’erano meritati quella del Re. I terremotati del ’30 eravamo sempre noi, ovviamente. La scossa era arrivata all’una e dieci di notte del 23 luglio. Che magari qualcuno ci vede pure un segno nel 23 che si ripete. Che i numeri non mentono mai, si sa. E non avevano mentito nemmeno all’estrazione del 22 novembre, che sulla ruota di Napoli come primo estratto era venuto il 18, che è un numero cabalisticamente significativo perché è associato al sangue di San Gennaro, si sa. E il prof. Crocco, medium, l’aveva pure avuta la premonizione, che da settimane sentiva un disagio crescente e il giorno del terremoto stava a Trani e la pressione che normalmente è di 85 gli era salita a 135 che è una cosa straordinaria e perciò quella sera aveva telefonato alle figlie a Napoli e c’aveva detto di uscire in strada. Che i numeri non mentono mai, si sa. Manco quelli della pressione.
Ma non c’era poi bisogno di essere medium con la pressione alta per sapere che ci sarebbe stato un terremoto. Nel novecento in Italia ci sono stati otto terremoti particolarmente distruttivi, e tre sono stati in Irpinia. Nel 30, nel 62 e nell’80. Che poi è il terno secco che si sono giocati a Napoli il sabato dopo, insieme all’altro: 89 il terremoto, 47 i morti e 90 la paura. Che i numeri non mentono mai, si sa. Il che vuol dire che se proprio non vogliamo trasferirci in Sardegna, dove i terremoti non li trovi manco sul dizionario, allora dobbiamo costruire case che non cadono. Che lo sapevano già negli anni sessanta, per la verità, quando a Santangelo dei Lombardi avevano costruito un grande palazzo a forma di C che poi dentro c’avevano aperto il Bar Corrado che quella domenica era pieno di gente. Era alto cinque piani, il palazzo. Adesso manco tre metri. Ne hanno tirati fuori vivi solo due. E lo sapevano pure quando avevano costruito l’Ospedale, vent’anni prima, che però l’avevano inaugurato solo a maggio. Adesso che è crollata un’intera ala, tra le macerie non c’è segno di ganci di ferro, di travi. “Era cemento disarmato”, ironizza un carabiniere. E per vedere un carabiniere che ironizza c’è voluto un terremoto. A Mirabella lo sapevano più degli altri che le case crollano, visto che nel ’62 i danni maggiori erano stati proprio in quella zona e a Lioni quasi niente, che la notte del 23 novembre i lionesi che vedevano le loro case distrutte pensavano “figurati che è successo là se qua è così”. Ma stavolta le parti si sono scambiate, che nella vita si vince e si perde, si sa, e a Mirabella i morti non sono stati molti, ma quelle che hanno retto di meno sono state proprio le case nuove, mentre a Melito Irpino, che sta a dieci chilometri, che è stato ricostruito tutto quanto, non s’è avuto un solo crollo. Che qualcosa vorrà dire. Le idee più chiare ce l’hanno gli alunni della scuola media di Lioni, che a metà dicembre li hanno raccolti in 10 prefabbricati a parlare del terremoto. Hanno scritto una storia: “Una volta una casa formata da sabbia, ferro e cemento crollò e venne messa sotto inchiesta. Interrogarono la sabbia: perché è crollata la casa? E la sabbia rispose: chiedetelo al cemento. Interrogarono il cemento: chiedetelo al ferro. Al che il ferro disse: volete vedere che incolpano me che proprio non c'ero?
Lunedì pomeriggio, alle cinque, Pertini arriva ad Avellino. In mattinata è stato a Balvano, a vedere pure lui la chiesa crollata sui bambini, e adesso il suo elicottero sta atterrando in un campo sportivo deserto, che un presidente della Repubblica non lo si vede tutti i giorni, si sa, ma nemmeno un terremoto. Nel parcheggio ci sono decine di famiglie accampate nelle automobili. I finestrini sono chiusi per il freddo, che un presidente della Repubblica non basta a riscaldare. Le auto blu si mettono in movimento, una dietro l’altra, con gli autisti che si sforzano di scansare le buche per non sporcarle. Ci provano all’inizio, poi basta, è inutile. E’ tutto fango, qua. Il corteo attraversa il centro storico raso al suolo, che intere strade sono completamente scomparse: via Del Gaizo, Piazza del Popolo, via San Leonardo, via Fornella, che pare di stare in un quadro di quelli che le colonne e gli archi stanno in piedi da soli e intorno non c’è nessuno. Ma qua di colori c’è rimasto solo il grigio, che sta pure diventando sempre più scuro e bisogna pensare in fretta a come passare la notte.
A Valva il problema non c’è, che non solo s’è meritato il nome di paese dei miracolati, che è caduta la metà delle case ma i morti sono solo cinque, ma nel parco della villa D’Ayala sono subito arrivati i Cavalieri di Malta che hanno montato tende e cucine con letti e pasti caldi per tutti. Ma negli altri posti bisogna arrangiarsi. A Solofra una delle concerie della città ha messo a disposizione i suoi capannoni. I soccorsi sono arrivati presto, qua, ma sono inglesi. Sono arrivate trecento tende e seimila coperte dall’ambasciata. Senza passare per Avellino. A Conza 400 persone hanno trovato riparo nelle baracche dell’impresa che sta costruendo la nuova diga. Ma il paese è completamente distrutto. Il suo terzo terremoto è stato proprio l’ultimo. Non sarà più ricostruito. Che quello che è a valle oggi è un altro paese.
Ad Avellino i posti nelle scuole sono i più ricercati. 400 persone si sono accampate nella scuola media “Cocchia”. All'ingresso della scuola hanno messo un cartello: “Posti esauriti, rivolgersi alle altre scuole”. Che ci voleva un terremoto per vedere un cartello così. Giorno dopo giorno la «Cocchia» verrà presa d'assalto. All’inizio i più fortunati dividono un'aula in otto. Poi si arriverà a trenta. Al borgo ferroviario la gente è stata infilata nei vagoni dei treni, mentre dove ce ne stanno sono stati tirati fuori i pullman di linea, solo che i posti sono pochi e chi ne ha occupato uno deve stare attento a non farselo rubare. Quasi dovunque, però, non c’è manco questo e la seconda notte passa come la prima: in macchina, per quelli che la macchina non è rimasta schiacciata, o avvolti nelle coperte, per quelli che ce l’hanno, o nei cartoni, per quelli che non c’hanno proprio niente. In giro si riaccendono i falò, e sono pure di più della prima notte. Le voci che chiedono aiuto no, quelle sono molte di meno. Praticamente nessuna. La seconda notte è più silenziosa della prima. E molto più lunga.
Intanto Pertini e Forlani sono arrivati in piazza Libertà, scendono dalla macchina e vanno a piedi verso via Generale Cascino, che là sono venuti giù cinque palazzi. Li accompagna una folla di fantasmi che li fischia, quando ce la fa fischiare, o li guarda, quando ce la fa a guardare. Due o tre applaudono pure, qualcuno grida “Viva Pertini”. Un altro “Finiamola con questa sceneggiata. Fate pulizia. Pagliacci!”. E un altro ancora: “Pecorelli lo avete ucciso voi”. Che non si capisce che c’entra, per la verità, visto che Pecorelli era un giornalista che era stato ucciso a Roma più di un anno prima. Ma quando uno è incazzato è incazzato e non puoi stare lì a dirgli di ragionare, che se no non sarebbe incazzato, no? Poi ancora altre voci: «non ci abbandonate». «Non abbiamo niente da mangiare», «Siamo senza coperte».
Però in compenso è arrivata l’acqua, ma gli altoparlanti s’affrettano a dire che bisogna prima bollirla. Che lo faremmo pure, se c’avessimo i fornelli. Che poi invece arriverà l’acqua nelle buste che chi l’aveva vista mai l’acqua nelle buste. Per mangiare invece devi avere la tessera da terremotato, che se non ce l’hai sei un terremotato abusivo e perciò non mangi. Ma tanto non c’è niente da mangiare da nessuna parte. A Salza Irpinia hanno appeso un cartello con scritto “fermati! Abbiamo bisogno di cibo”. Ma non c’è nessuno che lo legge.
Quel poco di roba che c’è viene venduta a prezzi altissimi. Manco fosse già arrivato l’euro. E c’è chi approfitta pure degli aiuti. A Nocera Inferiore un camion carico di giubbotti viene svaligiato all’uscita dell’autostrada e qualche ora dopo gli stessi giubbotti li trovi in vendita all’altro lato della città. E nei paesi c’è chi gira tra le macerie di notte in cerca di denaro e oggetti preziosi. E nelle campagne c’è chi va a raccogliere il bestiame che s’è perso e a portarselo via. A Pagani i rapinatori la fanno più semplice: girano tra quelli che dormono nelle automobili, bussano al finestrino e gli puntano una pistola addosso. Qualche volta gli va bene, quando trovano uno che è riuscito a portar via un po’ di roba. Il più delle volte gli va male. In ogni caso nessuno denuncia. Tanto, a che serve? Lo sa pure il parroco di Laviano, che quando torna a casa ci trova tre ladri: li avrebbe sparati, se non avesse perso la pistola tra le macerie. E allora tanto vale fare come a San Mango, che di notte scatta il coprifuoco e all'ingresso del paese ci stanno i soldati con il colpo in canna. Ma non per il cibo, o per le coperte, o per le tende. No. E’ per il tesoro di San Teodoro - povero San Teodoro mio, che pure il terremoto hai dovuto sopportà - che dentro ci sono tutti gli ex-voto, le catene d’oro, i bracciali, le croci donate in centinaia di anni. Che San Teodoro ne ha fatte parecchie, di grazie. L’ultima al custode del tesoro, che il terremoto gli ha fatto crollare la casa ma lui è rimasto vivo. Sua moglie e sua figlia sono morte, però. Che San Teodoro una grazia te la fa, ma tre tutte insieme sono troppe. I ladri però credono che è morto pure il custode e appena spunta l’alba cominciano a scavare. Il custode li sente, ed è felice perchè si crede che sono i soccorsi. Allora li chiama, chiede aiuto, ma che fanno, questi? Si fermano! E bestemmiano! Povero San Teodoro mio, che non bastava il terremoto, pure le bestemmie hai dovuto sopportà! E poi addirittura se ne vanno. Ma che razza di soccorsi sono? La risposta arriva parecchie ore dopo, quando i veri soccorsi lo tirano fuori. Povero San Teodoro mio, che non bastava il terremoto e le bestemmie, pure li mariuoli hai dovuto sopportà! Da allora militari e carabinieri sono rimasti piantati là, a fare la guardia a un mucchio di macerie.
In pochi giorni, comunque, di roba ne arriverà tantissima, tranne che di roulotte. Che poi si scoprirà che c’è la condensa, si, che sono fredde, e va bene, però c’hanno la cucina americana, il frigorifero, la televisione, i letti puliti. Che pure una roulotte pare un lusso se hai sempre vissuto in una stalla. Ma all’inizio ne sono arrivate pochissime e sono state prese d'assalto e acchiapparne una è stato come vincere un terno al lotto. 89, 47 e 90, la paura. Che i numeri non mentono mai, si sa.
Di tutto il resto ce n’è quanto ne vuoi, invece. Al punto che Zamberletti, che è il commissario di governo per le zone terremotate, arriverà a chiedere alla gente di non mandare più niente. E Zamberletti deve essere ubbidito, che Zamberletti non sapevamo manco chi era e dove stava ma ci pareva una specie di dio che tutto dipendeva da lui e noi pure, che Zamberletti vuole e Zamberletti dispone e l’ha detto Zamberletti e ce lo manda Zamberletti e Zamberletti e Zamberletti e alla fine ci siamo pure scordati che era un cristiano come tutti quanti e è diventato una specie di marca sulla roba che questa pasta è Zamberletti e questo giubbotto è Zamberletti e per anni abbiamo continuato a dire “ma dove vai con questi pantaloni zamberletti” che era come dire troppo corti o troppo lunghi o troppo brutti che solo se sei terremotato te li puoi mettere perché i terremotati sono pezzenti. Si sa. E come pezzenti c’hanno trattato. Che ci davano la roba a tonnellate, cibo, coperte, vestiti, che ce li buttavano per strada, nel fango, sotto la pioggia, sotto la neve e la lasciavano là a marcire e ci dicevano ecco, andate a camminarci sopra, prendete tutto quello che volete, vedete quanto siamo generosi? e noi ci andavamo, e prendevamo, e se ne chiedevamo ancora quelli ce ne davano ancora e noi prendevamo pure quello, perché se c’era voluto un terremoto per vedere tanta abbondanza allora ce l’eravamo meritata. Ma poi la roba diventerà troppa pure per noi, come le decine e decine di materassi a molla scaricati a Castelnuovo di Conza, vai a capire perché, e i quintali di cartoni di latte, di roba in scatola, di sacchi di patate, di pane, di limoni, di pacchi mai aperti che manco si sa che c’è dentro e che poi nessuno si ricorderà più chi li ha scaricati e da dove vengono e da quanto tempo stanno là e non resterà che bruciare tutto dentro falò giganti, proprio giusto il periodo della Madonna del Fuoco. Ma nessuno c’avrà voglia di festeggiare, stavolta.
Intanto ad Avellino tempo per le proteste non ce n’è più, che Forlani e Pertini hanno finito il loro giro e sono tornati alle macchine. Una breve puntata all’ospedale e poi via, a Napoli. Un signore vede i giornalisti che prendono appunti e li ferma: «Per favore, scrivete che Avellino non deve diventare un nuovo Belice». Il Belice è la valle siciliana che nel ‘68 aveva subito una scossa del nono grado della scala mercalli: 351 morti, sei paesi interamente distrutti. Al momento del terremoto in Irpinia, dodici anni dopo, nel Belice ci sono ancora migliaia di baraccati. E poi quattro o cinque leggi speciali, ottocento miliardi stanziati, sperperi faraonici, ponti che collegano paesi inesistenti, autostrade mai finite, enti pubblici che nascono, inghiottono miliardi e poi muoiono… Sto sempre parlando del Belice, ovviamente. Ma l’Irpinia no, non deve diventare un altro Belice. Dopo il terremoto in Umbria si dirà che l’Umbria non deve diventare un’altra Irpinia. Al prossimo terremoto dovrebbe essere il turno dell’Umbria.
Ma intanto l’hanno detto pure al Papa, che martedì s’è fatto un giro un elicottero e poi è atterrato a Potenza. “Santità, lo dica che non vogliamo un altro Belice”. E glielo ridicono pure a Pertini che è andato a Lioni e Sant’angelo, che in piazza hanno tirato su una tenda con la scritta “Comune”, che il sindaco è morto sotto al Circolo dell’Unione ma il comune non muore mai, si sa, che invece a Lioni l’hanno messo in una roulotte nel campo sportivo. “Presidente, lo dica che non vogliamo un altro Belice”.
E Pertini lo dice davvero, il giorno dopo, in TV, a reti unificate manco fosse capodanno. “Ho assistito a degli spettacoli che mai dimenticherò” dice. E poi aggiunge: “ho potuto constatare che a 48 ore dal terremoto non vi erano i soccorsi che avrebbero dovuto esservi”. Che è un modo sintetico per dire che non c’era niente per scavare, una fiamma ossidrica, una gru, uno scavatore; che si trovava tantissimo plasma per le trasfusioni, che non serviva a nessuno, ma non si trovava un’aspirina; che a Romagnano Al Monte hanno aspettato 40 ore per avere i primi aiuti, e poi gli hanno lanciato da un elicottero un sacchetto con 200 panini. Non gli hanno lanciato le birre che si sarebbero rotte. “Vi sono state delle mancanze gravi, non vi è dubbio” dice Pertini, “e quindi chi ha mancato deve essere colpito, come è stato colpito il prefetto di Avellino”. Il prefetto era stato rimosso già lunedì, mentre stranamente erano rimasti ai loro posti i prefetti di Salerno e Potenza, che non è che avessero brillato per efficienza. E infatti il giorno dopo verranno sostituiti pure loro da due generali. Questo sarà l’unico risultato del discorso. Che pure Rognoni si dimetterà nelle notte e tornerà ministro la mattina dopo.
Che però almeno i generali si trovano nel posto giusto perché sta scoppiando una guerra tra poveri. Che poi manco questa è una novità. A Morra gran parte del paese è stata distrutta, ma la gente è rimasta senza aiuto per due giorni. Adesso che arrivano i primi soccorsi i camion vengono assaltati, si lotta per un paio di stivali, per una coperta, per un sacco a pelo, mentre il vicesindaco, che cerca di riportare la calma, viene preso a schiaffi. I carabinieri avrebbero arrestato un sacco di gente se avessero avuto dove metterli. A Gesualdo qualche decina di persone che avevano passato la notte all’aperto vanno a dormire in trenta appartamenti delle case popolari che ancora non erano stati occupati. Solo che i legittimi assegnatari dicono che se ci deve andare qualcuno quelli sono loro e scoppia la rissa. I carabinieri avrebbero arrestato un sacco di gente se avessero avuto dove metterli. Dovunque c’è chi ripete due o tre volte il giro della distribuzione, chi ferma le colonne dei soccorsi fuori dal paese per riuscire ad avere un po’ di pane e latte in più, e le tende, che sono la cosa più preziosa, spariscono in continuazione. Se ognuno pensa solo a se stesso è la fine, si sa. Ma vaglielo a dire a chi ha perso tutto, famiglia, amici, casa, soldi, e non mangia un pasto caldo da ore, e non dorme in un letto da giorni, vaglielo a dire che deve rivolgersi alla Caritas. Ma più Caritas della mia, che tengo undici figli buttati in macchina? Vaglielo a dire che se vuole una tenda deve stare sulla lista e aspettare, perchè lo Stato non ne ha che qualche migliaio e le altre dovranno arrivare dall’america. Vaglielo a dire che quelle poche decine di tende portate a Castelnuovo non possono essere montate perché mancano i chiodi. Vaglielo a dire che a Teora ne sono arrivate 1500, il doppio di quante ne servivano, e tutt’intorno nessuna. Vaglielo a dire.
Ma la guerra si fa pure tra comuni, tra chi riceve più aiuti e chi ne riceve meno. A Calitri la parte vecchia, è crollata, ma quasi tutta la parte nuova ha resistito. I soccorsi sono lenti. “La nostra sfortuna è stata di avere solo cinque morti”, dice il sindaco.
Ma negli altri posti i morti sono l’unica cosa che non manca, che per contarli si fa prima a sottrarli dai vivi. Il problema è dove metterli, quando pure la barella è un lusso. Che li devono trasportare legati alle tavole col filo elettrico, o sulle scale, o annodati alle lenzuola, o tirati per le braccia, se proprio non c’è niente. Che tanto ci si abitua a tutto, pure a vivere in mezzo ai morti, che è un controsenso, si sa, ma che ci vuoi fare se non c’è posto? Rimangono abbandonati per strada, o su una panchina, avvolti nelle coperte, o nei teli, o solo nei fogli di giornale. Chi cerca qualcuno deve andare a leggere i cartellini legati ai cadaveri di quelli riconosciuti, manco fosse carne con l’etichetta, o andare a guardare le facce di quelli non riconosciuti. Li hanno allineati da qualche parte, e vicino a ognuno c’hanno scritto un numero e una lettera, M per gli uomini e F per le donne. La gente ci passa davanti, alza gli stracci che li coprono e guarda. Un urlo o un pianto e capisci che ne hanno riconosciuto un altro. Ma ce ne sono tanti che ancora non hanno un nome. Anche a loro hanno attaccato un cartellino: sopra però c’è un punto interrogativo. Ma i cadaveri vogliono essere seppelliti, si sa, e se non lo fai si vendicano. In poco tempo l’aria è diventata irrespirabile, che una puzza così non s’era mai sentita. Hai voglia di buttarci sopra la formaldeide per rallentare la decomposizione e evitare le malattie, c’è poco da fare. I cadaveri vogliono essere seppelliti. Si sa.
Le bare mancano, però. Sarà una delle ultime cose ad arrivare, anche in questo caso senza che si capisce niente. A Colliano ne porteranno 50 e i morti sono tre. A Santomenna 32 e i morti sono 100. A Lioni e Sant’angelo ce ne vorranno tante che si dovrà metterle lungo la strada una sopra all’altra manco fossero i lego. Ma nei primi giorni se non hai un milione per comprarti una bara che normalmente costa meno della metà, trovarne una è come vincere un terno a lotto. 90, 89 e 47, i morti. Che i numeri non mentono mai, si sa. E se hai due figli piccoli ti tocca una bara sola, che devi metterli dentro insieme. E poi devi stare attento che la tua bara non si mischia con le altre, come a Teora, dove le casse sono segnate con un numero di riferimento, e i numeri non mentono mai, si sa, ma il nome collegato al numero è segnato su un elenco che sta in giro per il paese chissà dove. E allora che vuoi fare? Preghi su una bara sperando che è quella giusta. E se è sbagliata ci penserà il Signore, che almeno lui l’elenco ce l’ha di sicuro. Ma per non sbagliare l’unica è scrivere il nome del morto sul cofano. Con la vernice, se c’è, o inciso con una chiave, se proprio non c’hai niente. Che poi, però, quando pure il tuo morto sta nella cassa giusta, manca il posto per seppellirlo. Chi ha già una tomba è fortunato, ma se non ha ancora il morto deve correre a sederci dentro per occupare il posto. E c'è pure chi s’è comprato subito i pochi spazi liberi, scavando la buca senza sapere manco se i parenti sarebbero tornati vivi o morti. Che se tornano morti la tomba è lì, e se tornano vivi te la vendi. Che coi morti si fanno sempre buoni affari, si sa. Ma l’unica soluzione è scavare subito fosse comuni per tutti e poi, con calma, ognuno si prenderà i suoi.
La maggior parte dei morti sono vecchi, donne e bambini. Giovani e adulti ce n’erano pochi, e quelli che c’erano il terremoto se li è andati a cercare. Che la terra ti dà e la terra si prende, si sa. Ma la maggior parte se n’erano già andati da tempo. Che a casa si muore di fame prima che di terremoti. Svizzera, Francia, Argentina, Belgio, Germania, che tanto non parlare il tedesco è lo stesso che non parlare l’italiano, ma è meglio sentirsi italiani all’estero che stranieri in Italia. I paesi s’erano spopolati lentamente, in silenzio, per un terremoto senza crolli e lungo trent’anni. Che tra morire di fame e campare come bestie non c’è tanta differenza, ma campare è sempre meglio che morire, si sa. E poi finchè c’è vita c’è speranza, no? Che è quello che hanno pensato i genitori della prima bambina nata dopo il terremoto a Muro Lucano, che l’hanno chiamata proprio così, Speranza. Che è quella che si portano dietro tutti quelli che se n’erano andati e adesso stanno tornando a cercare i loro parenti.
Che forse per loro non è arrivato nessun messaggio dalle radio che dai paesi distrutti trasmettono nel mondo le voci dei vivi. “Noi siamo salvi, ma Rosetta è morta, e pure sua cugina e i figli di Nunziatina - Avviso mia sorella che sta in Venezuela che la casa non c'è più - Ho la mia bambina di cinque mesi dentro a una giacca, non tengo niente per cambiarla - Mario, avverti i miei fratelli a Zurigo che ho trovato mamma e l’ho tirata fuori da solo - Veniteci a prendere, veniteci a prendere, veniteci a prendere!”
E i genitori di Toni, 11 anni, sono venuti a prenderlo. Vivevano da anni a Bruxelles, lui elettricista e lei operaia, mentre Toni era restato a studiare dagli zii a Lioni. Le cinque persone che erano con lui al momento della scossa sono tutte morte. Toni s’è salvato perchè l’ha protetto l'arcata della porta. Per i suoi genitori era morto. Adesso che è resuscitato lo porteranno via, a Bruxelles. Che è meglio sentirsi italiani all’estero che stranieri in Italia.
Come Pasquale, tornato a Calabritto dal New Jersey, dove faceva il sarto. Il fulmine gli ha portato via due bambini. Adesso se ne tornerà in America, ma prima s’é fermato in piazza con un altoparlante: “Compaesani, andate via, non sperate niente da nessuno, se restate qui vi faranno morire di fame e di freddo”. Che è quello che pensano in molti, che in tutti i paesi si improvvisano assemblee pubbliche per discutere se restare o partire. E molti se ne vanno. Raggiungono un parente, un amico, un conoscente che può ospitarli per un po’, in Lombardia, in Veneto, in Piemonte. Che tanto la strada la conoscono già. Se ne vanno, ma non come ha pensato Zamberletti, che Zamberletti vuole e Zamberletti dispone, ma fino a un certo punto, però, che con il piano «S», dove S sta per Sgombero - complimenti per la fantasia - voleva allontanare subito 200.000 persone trasferendole negli alberghi delle coste. Zamberletti pensava a quattro anni prima, quando in Friuli non c’aveva messo più di trentasei ore per trasferire 50.000 terremotati sulle coste del veneto. E trentasei vuole mettercene pure qua. Solo che l’Irpinia non è il Friuli. “Perché ci dovrebbero aiutare gratis se non siamo parenti, se manco ci conoscono? E perché dovremmo abbandonare i posti dove siamo nati? e dove stanno i nostri morti?” Perché? Ma come perché? E lo chiedete pure? Perchè sono posti fuori dalla storia e dalla geografia. Come si può desiderare di non abbandonarli? Come fate a essere sempre così rassegnati? Siete voi che dovete cambiare le cose. Da soli! Questa è un’occasione storica per trasformare una tragedia in un'occasione di ricostruzione e di sviluppo. Che certo è un bel modo di vedere un terremoto, non c’è che dire. Come potete pensare di restare in posti come Palomonte? che l’acqua l’hanno portata con asini e barili fino al 16 luglio del ‘69, il giorno che l’uomo ha messo piede sulla luna, che è stato un piccolo passo per un uomo, ma un grande passo per l’umanità. E pure per Palomonte. L’acqua, non la luna. Come potete pensare di restare in posti senza manco un barbiere? Ci sono le nostre mogli. Senza un farmacista? C’è il guaritore. Senza un’edicola? E chi è che legge? Senza una pompa di benzina? E chi ce l’ha la macchina? E allora perchè sono cent’anni che andate via dalla vostra terra? Perché è meglio sentirsi italiani all’estero che stranieri in Italia.
Ed è là che vanno molti, all’estero, per conto loro. Giusto il tempo di tornare sui mucchi di pietre a spostare qualche sasso, pure a rischio di far crollare tutto, che queste una volta erano le nostre case che c’eravamo pure nati e guarda cosa sono adesso: pietre, ferro e cemento che saranno buttati via con tutto quello che c’è dentro. Che c’è la nostra vita, dentro. E recuperare una foto, una collana, una coperta, un ventaglio, una padella, un fazzoletto, significa recuperare un pezzo di vita. Ci si attacca alle cose per non perdere il passato. Che se lo perdi hai perso tutto. Ma se lo porti con te allora puoi farti dare un biglietto dell’Alitalia e andartene a San Paolo, a Dusseldorf, a Bellinzona, dove paesi come Laviano sono molto più conosciuti che in Italia. Biglietti di sola andata, però. Che è meglio sentirsi italiani all’estero che stranieri in Italia.
A Castelnuovo era invece tornato solo qualche giorno prima da Basilea Mario, un giovane di 23 anni che tra due settimane doveva sposarsi con Maria. E’ per lei che era tornato. Adesso è martedì, di Maria non si sa niente, e da più di quaranta ore Mario è sepolto sotto un mucchio di macerie. I suoi fratelli l’hanno sentito chiamare e hanno scavato in fretta, a mani nude. Dopo sei ore di lavoro è stato quasi del tutto liberato, ma la gamba è sepolta da un masso di cemento che nessuno riesce a spostare. Gli danno qualcosa da mangiare, gli parlano, la cognata gli tiene la mano. “vi prego, non voglio morire, fate presto”. L’unica soluzione è tagliargli la gamba, ma serve uno che lo sa fare. In serata arrivano da Pescopagano due dottori con una sega adatta. Mario è sempre lì, sepolto in un piccolo buco, e sua cognata continua a tenergli la mano. I dottori salgono sul cumulo di macerie, ma la sega non passa per il buco. E nemmeno si può allargarlo perché rischia di crollare tutto. Allora si cerca il filo metallico che si può usare al posto della sega, ma non lo si trova da nessuna parte. I dottori tornano da Mario. Lo guardano. Lui capisce. “Datemi un coltello! Me la taglio da solo la gamba”. I dottori si voltano e tornano giù, poi ripartono per Pescopagano, che non possono fare più niente. Accanto a Mario restano i suoi fratelli e la cognata. Gli parlano, gli danno ancora qualcosa da mangiare. La notte è sempre più buia. “Vi prego, aiutatemi, non voglio morire”. Poi, lentamente, quasi non parla più. “datemi un coltello. Mi taglio la gamba da solo. Vi prego”. Poi più niente.
Giovedì arriva la neve, ma stavolta manco i bambini sono felici. Venerdì entrano in azione le ruspe. Girano voci di persone ancora vive uccise dalle pale, di corpi fatti a pezzi. Di voci e leggende ne girano parecchie, per la verità, che nascono come l’erba cattiva, che pure se nessuno la pianta ce n’è sempre in abbondanza. Si dice che le ragazze venute da Milano dormono con i ragazzi sotto la stessa tenda, si dice di italiani del nord che parlano lingue cosi strane che è meglio parlare coi tedeschi. Ma le più inquietanti sono quelle che riguardano i bambini. Si parla di rapimenti, di bambini venduti al miglior offerente, di coppie di falsi terremotati che si presentano negli ospedali dove sono ricoverati gli orfani e scelgono il più bello e dicono che quello è figlio loro. La paura è tanta, la confusione di più, dell’autorità non ci si fida, che qua lo Stato non è venuto. Ma i soldati, i vigili del fuoco, i carabinieri, non sono pezzi di Stato, loro? No, quelli sono poveri cristi. Lo Stato, qua, non è venuto.
Ma qualcuno ancora vivo sotto le macerie c’è per davvero. Venerdì, a Santangelo, all’ospedale, il braccio di una gru che sta sollevando le macerie crolla. Il terremoto non c’entra, stavolta. Quando viene tirato su appare la testa di una donna. Viva. Si chiama Rosa, è di Morra. Accanto a lei c’è Marianna, di Andretta. Hanno tutt’e due sessant'anni, sono coperte di piaghe, ma sono vive. Quando il terremoto è arrivato stavano nel reparto medicina insieme a molte altre donne. Le porte si sono spalancate di colpo, volava tutto, i vetri si sono spaccati, il pavimento s’è sfondato, mentre tutt’intorno diventava buio, pieno di polvere e ferri. Almeno, adesso che sono sepolte non si muove più niente. Rosa e Marianna si chiamano, parlano, stanno bene tutt’e due. Ma lontane sentono molte altre voci di donne che si lamentano, pregano, chiedono aiuto. E lo stesso fanno loro, ma non viene nessuno. Passa la prima notte, poi è di nuovo giorno, poi di nuovo notte, e poi ancora così, e poi fa sempre più freddo e comincia a piovere e tutto si riempie di fango e le pietre diventano gelide e l’acqua non si può bere e la bocca gli è diventata così, come le pietre e la polvere, e la pelle è quella di un serpente. Marianna non ce la fa più. E pure le altre sentono arrivare la morte come una bestia che le cerca tra le pietre. Piangono, e mentre piangono muoiono. Ma poi, ecco, il rumore di un camion, e allora dappertutto grida di aiuto. “Cristiani, buoni cristiani, oh Madonna mia, veniteci a trovare che siamo qua sotto. Cristiani, buoni cristiani”. Ma non viene nessuno. Passano le ore, tante, e quelli sono sempre là che scavano. “Cristiani, bravi cristiani, perché non venite?”. Le voci sono sempre di meno, e sempre più deboli. “Cristiani, buoni cristiani, portateci un po' d'acqua ca qua se mòre”. Accanto a Rosa c’è un'altra donna. Non vuole morire, nessuna vuole morire, e s'aggrappa al braccio di Rosa e stringe, stringe, fino a farle uscire il sangue. “Cristiani, bravi cristiani, veniteci a scavare. Siate buoni, figli cari, siate buoni, poveri figli, non ci lasciate morire sotto questi muri, schiacciate come topi. Siamo ancora vive. Siamo qui… siamo qui…”
Ma l’ultima tirata fuori viva è una vecchietta di 91 anni di Santomenna, che però non era veramente sepolta. Al momento del terremoto era scesa in cantina. Quando ha sentito tremare tutto, di sopra, ha pensato che era meglio starsene là sotto, che c’erano pure pomodoro e biscotti da mangiare. Dopo di lei non ci saranno più miracoli.
Che invece l’ultimo cristiano il terremoto se l’è preso sei giorni dopo. Aveva cinquantatrè anni. Domenica mattina uno zio di Lioni era venuto a Caposele a prendersi il figlio, un giovane di diciotto anni che andava matto per il pallone. Erano andati ad Avellino a vedere la partita, che pure se l’Avellino di Vinicio era ultimo in serie A c’era sempre tempo per recuperare. Che nel calcio si vince e si perde, si sa. Come nella vita. E quel giorno aveva vinto l’Avellino e perso l’Ascoli, che ne aveva prese quattro, e Juary aveva segnato il suo secondo goal in campionato. Grande Juary. Che è restato nella storia che ogni volta che segnava andava a ballare la samba attorno alla bandierina. Che c’è chi resta nella storia per aver fondato un impero e chi ci resta per un balletto intorno a una bandierina. Che alla fine è più o meno la stessa cosa, si sa. Dopo la partita lo zio torna a Lioni con il nipote. In serata vanno a prenderlo le due sorelle, la maggiore, di 24 anni, e la più piccola, che ne ha solo 15. Il palazzo crolla, muoiono tutti. La casa di Caposele resta in piedi. Sabato mattina il padre seppellisce i tre figli, poi si allontana, torna a casa, stacca dal muro la doppietta, va in camera di suo figlio, se la punta alla gola e spara. Nella vita si vince e si perde. Si sa.
Ma poi, a una settimana dal sisma, la vita deve ricominciare. Che chi è morto giace e chi è vivo non ha pace. E allora che faccia finta. Che adesso basta con i miracoli, i salvataggi, i soccorsi. Le macerie conservano solo cadaveri, adesso. Come i canditi nel panettone. Che la morte s’è divertita a non prenderseli subito, chissà perché. Ma recuperarli tutti è impossibile, che molti sono troppo in fondo e le macerie vanno sgombrate al più presto. Ma questi morti non sono come gli altri che la morte è un punto dove finisce una cosa e se ti va bene ne comincia un’altra. No. Sono diversi: sono un’accusa ai vivi. A quelli che si sono salvati. Perché io sono qua sotto e tu sei là fuori? Tu non sei migliore di me, e nemmeno peggiore. Sei un cristiano qualunque che vive sotto quest’avanzo di cielo. Perché io si e tu no? Perché due palazzi uguali attaccati uno cade e l’altro resta in piedi? Perché due paesi uguali attaccati uno si fanno le crepe e l’altro è raso al suolo? Perché? Perché?... I morti sono domande senza risposta… Ma a una settimana dal sisma la vita deve ricominciare e allora via, buttate via tutto, forza! Che chi è morto giace e chi è vivo cerca pace. Che ci si abitua a tutto, si sa. A tutto. Ma non a questo. Non al ricordo della prima notte, dell’uomo che gira da ore intorno alla casa crollata e si ferma e chiama la moglie che non risponde e allora lui ricomincia a girare e si ferma e chiama la moglie che non risponde e allora lui ricomincia a girare e si ferma e chiama e ti prego basta non vedi che tua moglie è morta? Ma nessuno glielo ha detto, questo. Che ci si abitua a tutto, si sa. Ma non al ricordo della donna che ti afferra il braccio e ti chiede di andare dove c’era casa sua che là sotto c’è suo figlio che forse si può ancora fare qualcosa e come fai a dirle che non c’è niente da fare che non hai una pala un piccone una torcia che non hai manco un martello che se non serve a spostare le pietre almeno lo puoi sbattere per terra e bestemmiare? Come fai a dirle che è tutto inutile? Che già non dirglielo è più utile. Come fai a dirle che ognuno deve pensare ai suoi morti e ai suoi vivi? E allora non le dici proprio niente. Che non c’è niente da dire. Che ci si abitua a tutto, si sa. Ma non al ricordo di chi sta morendo davanti a te sotto i tuoi occhi e ti guarda che se c’avesse la forza ti parlerebbe pure ma tanto pure così si capisce lo stesso quello che ti vuole dire. Aiutami. Questo ti vuole dire. Aiutami. E come fai ad aiutarlo? Che non hai manco un cerotto per chiudere il taglio che ti sei fatto alla faccia che non hai manco il tempo per tenergli la mano che devi cercare tua moglie e i tuoi figli e i tuoi genitori che non sai manco se sono vivi o morti e non sai manco se sei vivo o morto pure tu che potresti già essere all’inferno che l’inferno deve essere proprio così un posto pieno di fantasmi e di dolore ma non lo sai e non sai niente di niente e allora te ne vai e lo lasci lì. A morire da solo. E non fai in tempo a voltarti che ne trovi un altro. Uguale a quello di prima. Che hanno tutti gli stessi occhi. Aiutami. E passi oltre. E poi un altro. Aiutami. E passi oltre. E poi aiutami. Aiutami. Aiutami. E quando ti siedi, che non ce la fai più a camminare su e giù per le macerie con le voci che t’afferrano per le caviglie e non ti lasciano andare, quando ti siedi, quelli tornano da te tutti insieme. E ti dicono: perché tu no?... Ecco, allora. Perché tu no? Ecco. Perché tu no? Ecco cos’era… Sei colpevole. Di essere vivo.
E come potevamo andarcene, allora? Come potevamo girare le spalle e abbandonare tutto? Siamo restati. E abbiamo ricostruito sulle macerie, con calma, che tanto la pazienza l’abbiamo sempre avuta. Che qua è una vita che si campa così, ad aspettare. E abbiamo aspettato che ci montassero i prefabbricati, e abbiamo aspettato che arrivasse Natale, che ti davano un panettone intero se in famiglia eravate in quattro e mezzo se eravate in due, e il Natale dopo lo abbiamo aspettato nei prefabbricati, ma senza panettoni, e poi ne abbiamo aspettato un altro, e un altro, e un altro, per dieci, quindici, vent’anni. Che tanto ci si abitua a tutto, si sa. Pure a chiamare casa quattro pareti di cartone. Che i bambini nati dopo non sapevano manco come fosse fatta una casa vera. Che quando ci siamo tornati a vivere abbiamo dovuto imparare di nuovo ad abitarle, che i primi tempi mangiavamo in garage che le case ci parevano troppo belle per sporcarle. E abbiamo visto i nostri paesi gemellarsi con Roma, Milano, Parigi, New York, e riempirsi di campi Genova, campi Bergamo, villaggi La Stampa, aree 10, aree 15, aree 18, e abbiamo dimenticato i vecchi nomi delle strade. E abbiamo visto i nostri prefabbricati riempirsi di gente che il terremoto non l’aveva visto manco in TV, che ci si abitua a tutto, si sa, pure a credere che ci si può andare a vivere da sposati che tanto non si paga nemmeno l’affitto. E abbiamo visto quelli che erano venuti giù ad aiutarci tornarsene a casa loro e chiamarci incapaci, imbroglioni, sfaticati, parassiti, che ci siamo mangiati 60.000 miliardi, ma l’unica cosa che ci siamo mangiati è l’amianto dei prefabbricati che vent’anni dopo c’hanno detto che era pure tossico. Ecco perché mi faceva sempre male la pancia! E abbiamo visto i bambini crescere insieme ai palazzi, ai negozi, alle superstrade, ai supermercati, ai ponti, alle industrie. Che poi le abbiamo viste chiudere prima di vederle aperte. E abbiamo riempito le nostre case di telefonini, computer, lavatrici, televisioni, lavastoviglie, carte di credito, automobili, e cibo, cibo, cibo, tantissimo cibo, che il ricordo della fame ce lo portiamo ancora dentro alle ossa.
E oggi, venticinque anni dopo, ci guardiamo intorno e non sappiamo più dove siamo, che tutti i paesi s’assomigliano. E i vecchi guardano i giovani e non possono più dirgli “anch’io ero così alla tua età”, perché l‘età che hanno i giovani adesso loro non ce l’hanno mai avuta. E i giovani guardano i vecchi e gli fanno pena, poveracci, che il mondo è andato avanti senza aspettarli, ma loro no, non diventeranno come i loro nonni, e se ne andranno via di qua appena possibile. Che noi abbiamo scelto di restare e ricostruire, si, ma loro non c’erano.
E oggi, venticinque anni dopo, abbiamo smesso di guardarci indietro. Che prima del 23 novembre dell’80 ci restano solo cartoline sbiadite che ogni tanto le guardiamo e diciamo “guarda dove sono stato, tanti anni fa, che era un posto proprio strano, sai?”. La nostra vita è nel futuro, adesso. Nei paesi che sono più giovani di te, nelle strade disegnate con la squadra e il compasso, larghe che ci passa un treno, dentro case bianche col giardino e la parabola sul tetto, e vuote come ville al mare. La nostra vita è nel futuro, adesso. In questo gioco del progresso che il terremoto ci ha regalato. Che in tutti i giochi si vince e si perde, si sa. Ma chi lo sa se abbiamo vinto o perso, noi?
FINE
Ronciglione, settembre-ottobre 2005